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La malattia del bacio

Come la varicella, la mononucleosi infettiva è innocua se contratta durante l’infanzia ma può indurre complicazioni gravi in età adulta. Ma c’è un problema: a causa dell’igiene sempre più accurata, la prima infezione appare sempre più tardi…

La malattia del bacio
© Getty Images

La mononucleosi è un’infezione provocata dal virus di Epstein-Barr (EBV), che appartiene alla famiglia dell’herpes e condivide con questa numerose caratteristiche: si trasmette anch’esso attraverso la saliva, meritando così il soprannome di "malattia del bacio", ma anche, più raramente, attraverso una trasfusione del sangue. È possibile che il virus rimanga silente per diversi anni prima di "risvegliarsi": una persona può quindi contagiare chi la circonda senza saperlo. In Italia e in Francia si verificano da 70 000 a 100 000nuovi casi ogni anno.

Meno frequente, più pericolosa

Analizzando i dati raccolti ogni settimana da una rete di medici sentinella britannici in 600.000 pazienti, la Professoressa Marianne Morris* ha rilevato un notevole aumento dei ricoveri ospedalieri per mononucleosi tra i soggetti con età compresa tra i 10 e i 24 anni e, parallelamente, una netta diminuzione delle visite dal medico di base nei bambini al di sotto dei 10 anni. Secondo la Professoressa Morris questa diminuzione della frequenza della mononucleosi nei più giovani non è senza conseguenze.

Se contratta durante l’infanzia, l’infezione risulta infatti benigna e permette alle persone contagiate di sviluppare un’immunità naturale nei confronti del virus. Ma grazie al - o a causa del - progresso dell’igiene, il contatto con il microbo avviene più tardi nelle persone non protette, definite immunodepresse. Questo primo incontro con il patogeno determina a volte un ricovero ospedaliero. La ridotta diffusione dell’agente infettivo, associata a epidemie più pericolose (soprattutto negli anziani) è un fenomeno già osservato nel caso dell’epatite A, che colpisce soprattutto chi viaggia molto.

Attenzione: la mononucleosi non è necessariamente associata a complicanze, ma "quando la febbre persiste oltre i 5 giorni e l’infezione sembra piuttosto seria, è probabile che il medico si allarmi e predisponga un ricovero in ospedale per sicurezza", sottolinea il Dottor Patrice Morand del laboratorio di ematologia biologica del Centro Ospedaliero Universitario di Grenoble.

L’importanza di una corretta diagnosi

È vero che i sintomi possono trarre in inganno poiché sono simili a quelli della tonsillite purulenta: tonsille infiammate e ricoperte di placche grigiastre, febbre alta, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e dolore ai numerosi linfonodi situati intorno al collo. Nel 50% dei casi si verifica un ingrossamento della milza, e più raramente del fegato; è inoltre possibile che si manifesti un’itterizia.  

Formulare la diagnosi è molto semplice: basta rilevare la presenza di specifici anticorpi grazie a dei test sierologici. Il primo è il test MNI, con efficacia pari all’80 %, in caso di infezione recente. Solo nel 3 % dei casi si verificano dei falsi positivi (in cui il test indica erroneamente la presenza di un’infezione). Il test sierologico può essere completato da:

  • Ricerca di anticorpi di  tipo IgM anti-VCA se l’infezione è recente;
  • Ricerca di anticorpi IgG EBV-VCA et IgG EBNA se essa è più tardiva.

In caso di complicanze (epatiti, patologie neurologiche, polmonari, ematologiche), esistono altri esami del sangue in grado di affinare la diagnosi. "Si tratta però di casi eccezionali" precisa il Dottor Patrice Morand. "Dopo la prima infezione il virus resta presente nei linfonodi, ma nel 99 % de casi il soggetto non avrà alcuna recidiva".

Il convalescente potrà avvertire della stanchezza residua o del mal di gola, ma si tratta di casi rari.

Bisogna avere pazienza

Non esistono specifici trattamenti per la mononucleosi infettiva, oltre all’assunzione di analgesici per alleviare il dolore. È comunque importante trattare in modo adeguato la malattia, poiché è possibile che si presentino delle complicanze, anche se rare: durante il mese di convalescenza è raccomandato agli adulti e ai bambini che praticano uno sport di non fare sforzi fisici. "Si tratta di prevenire la rottura della milza" spiega Patrice Morand. La completa guarigione dei bambini può richiedere fino a 6 mesi. "Se la stanchezza persiste, non bisogna esitare a rivolgersi di nuovo al medico e a rifare l’esame emocromocitometrico".

Come per l’herpes, sono in corso delle ricerche per trovare un vaccino, ma finora senza successo. Non bisogna però abbandonare le speranze: il vaccino contro la varicella esiste, e il virus di Epstein-Barr appartiene alla stessa famiglia virale.

Mathieu Ozanam

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03/01/2013

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