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Dito in bocca o ciuccio? Né l’uno né l’altro!

Dito in bocca, ciuccio o niente? La questione anima le sale d’attesa e in pochi anni è diventata un vero e proprio argomento sociale. Per i logopedisti, il pollice è meglio del ciuccio; mentre per la psicologa sono entrambi dannosi per lo sviluppo! A buon intenditor…

I danni della suzione
© Getty Images

Oggigiorno l’80% dei genitori compra un ciuccio al proprio bambino, in un mercato che raggiunge i 10 milioni di vendite ogni anno. Un fenomeno che continua ad aumentare da circa dieci anni. Non senza qualche conseguenza: il 35% dei seguaci della suzione avrà una deformazione dentale. Pollice o ciuccio, quali soluzioni? A che età bisogna svezzare il bambino? La parola agli esperti.

Oltre i tre anni il rischio di deformazioni dentali è più alto

Hai notato bambini di 5, 6, addirittura 8 anni, con il famoso ciuccio o il pollice ancora in bocca? Questa immagine non stupisce più molto, tanto è diventata comune. Secondo uno studio non ancora pubblicato1, realizzato dall’équipe del dott. Laurence Lupi-Pégurier (Università di Nice-Sophia-Antipolis), nelle scuole materne di Cagnes-sur-Mer (Francia) l’80% dei bambini succhiava ancora il ciuccio e il 13% il pollice. All’età di 4 anni, il 46,5% continuava a succhiare il ciuccio.

È ipotizzabile un rischio riguardo allo sviluppo dentale e affettivo del bambino? La questione preoccupa i logopedisti che quest’anno ne hanno fatto l’argomento di apertura del loro congresso. Prima costatazione: più tardi il bambino verrà svezzato, oltre i 2 o 3 anni, più correrà il rischio di sviluppare deformazioni gengivali e dentali, come una spaccatura anteriore (con la bocca chiusa, gli incisivi e i canini, in alcuni casi anche i premolari superiori, non sono in contatto con quelli inferiori), a causa della suzione del pollice, di un altro dito o del ciuccio. Uno studio svedese, d’altronde, ha dimostrato ripercussioni sulla dentizione dei bambini che succhiano il pollice o il ciuccio per almeno sei ore al giorno.

Tuttavia, il ciuccio preoccupa i logopedisti più del dito in bocca perché, per tenere questo oggetto di gomma in bocca, il bambino deve esercitare una forte pressione, nociva per il palato, mentre il pollice, la maggior parte delle volte, scivola in bocca senza forzature. Inoltre, il bambino può diventare più autonomo con un pollice “self-service”. “Il ciuccio ideale non esiste, obietta Jean-Marc Dusserre, medico odontoiatra. Non esistono ciucci fisiologici, men che meno ortodontici, come sostengono i fabbricanti. Solo noi ortodontisti disponiamo dei mezzi di prevenzione per mantenere i denti a posto”.

Il ciuccio per calmare il bambino

“Come ortodontista sono contro, ma come mamma sono a favore”. Questa osservazione sull’utilizzo del ciucciotto dà un’idea del dibattito che impegna oggi professionisti della salute e genitori. Oggetto che riporta al riflesso primario innato del feto di tre mesi nel ventre materno, il ciuccio è considerato dalle madri come il rimedio miracolo in molte situazioni che esse giudicano ingestibili. Rassicurare il bambino, calmarlo, aiutarlo ad addormentarsi, procurargli benessere o semplicemente avere un po’ di pace… i genitori gli attribuiscono molti benefici e a volte lo impongono senza che il bambino lo reclami neppure. Un successo sicuramente consolidato da uno studio americano pubblicato nel 2005 secondo il quale la succhiare il ciuccio ridurrebbe del 90% il rischio di morte improvvisa del lattante. Viceversa, un’équipe di ricercatori finlandesi2 nel 2000 ha stabilito un legame tra la suzione del ciuccio e il rischio di sviluppare un’otite; sarebbe chiamata in causa una variazione di pressione nell’orecchio interno che può così comportare un’infezione. Non è difficile immaginare che di fronte alla possibilità di prevenire la morte improvvisa del lattante, un più alto rischio di contrarre un’otite diventa relativo...

Abbandonare il ciuccio: suggerire l’idea al proprio bambino

Certo ci si può interrogare sulla pertinenza e sulla validità del ricorso al ciuccio in maniera sistematica quando il bambino piange. Ma una volta presa questa abitudine, quando e in che modo sbarazzarsene? L’importante è non “svezzare” il bambino a ogni costo, non essere troppo drastici e, soprattutto, aspettare il momento giusto. Alcuni lo abbandonano da soli, per altri è un vero e proprio dramma. Bisogna tener contro del clima familiare (l’arrivo di un fratellino o di una sorellina, una separazione, un trasloco, una malattia, un cambiamento di tata…). L’idea è di rendere il bambino il meno dipendente possibile, sostituendo per esempio la voglia di succhiare con un’altra cosa piacevole: un piccolo massaggio, una canzone, una fiaba… soprattutto prima di addormentarsi. Il momento ideale è l’ingresso a scuola, quando il bambino cammina, parla e crea legami con gli altri. “Diventa problematico soprattutto se il bambino inizia lo svezzamento dal ciuccio quando già cammina e parla. In quel caso si ritrova combattuto, gli si domanda di essere grande, soprattutto se va a scuola ma, allo stesso tempo, dandogli il ciuccio gli si fa capire: voglio che tu sia ancora il piccolino che succhia”, spiega la psicanalista Claude Halmos. “Non ritengo il ciuccio necessario e non approvo che in alcuni reparti maternità il ciuccio sia obbligatorio. L’importante è che siano presenti la madre e il padre, per i quali il bambino conta, che gli parlino, che lo accompagnino”. La specialista si riferisce in particolare alle tappe difficili da superare per il bambino che, dopo aver trovato il seno e i piaceri sensoriali legati al bisogno di nutrirsi, deve andare verso l’ignoto.

Alla preoccupazione dei genitori desiderosi di calmare il loro bambino, la psicanalista ribatte che mettergli qualcosa in bocca non significa fare un favore al bambino, che bisogna “proiettarlo verso il futuro, incitarlo a diventare grande, farlo progredire”. Possono essere utili frasi del tipo: “Credi che mamma avrebbe trovato un fidanzato se avesse tenuto il ciuccio in bocca come un neonato? Guarda! Il tuo personaggio preferito si succhia il pollice?” Quando il bambino mette in bocca il pollice o chiede il ciuccio, spesso significa che è vittima di preoccupazioni psicologiche più o meno grandi. “Meglio invitare il bambino a esprimere la sua pena e fare un paio di sedute dallo psicologo per trattare il problema del pollice”, consiglia Claude Halmos.

Isabelle Frenay

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04/01/2013

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