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Bebè: il diritto di piangere

La comunicazione dei più piccoli passa attraverso strilli e pianti. Bisogna lasciarli piangere? Oppure è necessario consolarli fin dai primi singhiozzi? Per sapere come reagire, hai un'unica soluzione: ascoltare tuo figlio.

Bebè: il diritto di piangere
© Getty Images

In passato, si "tendeva a lasciar piangere i neonati. Oggi, invece, si assiste a una vera e propria inversione di tendenza: sempre più genitori si precipitano al minimo vagito del piccolo". È quindi importante sapere che i pianti sono un mezzo attraverso cui il neonato esprime il suo malessere. Di conseguenza, è tanto assurdo reprimere questo pianto quanto sarebbe aberrante lasciar piangere un bambino senza reagire. Sono mille i motivi che indudono il piccolo a piangere: sicuramente la fame, la stanchezza, il dolore, ma anche la frustrazione, la paura ecc.

Si propone forse di mangiare a una persona sfinita per la stanchezza? È esattamente ciò che accade quando porgiamo il seno o il biberon a un neonato che grida perché è stanco.

Ascoltare i pianti

Prima di rispondere, il buon senso impone di ascoltare la domanda. Lo stesso accade con il pianto dei nostri figli: la prima cosa da fare è ascoltarli. Non temere, è facile distinguere le grida che il piccolo emette per indicare che ha fame: urla come se nella sua pancia si scatenasse un branco di lupi famelici… Concedendosi la libertà di ascoltare i diversi strilli e i pianti è stato possibile individuarne le differenti tonalità, le musicalità e i ritmi che esprimono le intenzioni del bambino. Piange di dolore? È arrabbiato? È triste? Ha paura? Chiede attenzioni? Quando ascoltiamo nostro figlio, dobbiamo porci queste e tante altre domande che ci vengono in mente. Possiamo anche rivolgergli direttamente queste domande chiedendogli: "hai freddo?". "Vieni che ti scaldo", possiamo dire al piccolo quando lo prendiamo in braccio.

Ascoltare la risonanza del pianto di nostro figlio dentro di noi

Ascoltare i pianti del proprio piccolo significa anche prestare attenzione alla risonanza che suscitano dentro di noi: Gianna non sopportava i pianti di Nicolò. Le riaprivano la ferita di avere pianto da piccola senza ricevere consolazione alcuna. Sobbalzando al minimo pianto del figlioletto, tentava in qualche modo di "rimarginare" la sua antica ferita... Teresa, dal canto suo, dava il seno a Chiara al minimo pianto della piccola, tale e tanta era la sua paura di essere una "cattiva madre"... In altre parole, distinguere ciò che proviene da noi stessi, dal nostro trascorso personale, da ciò che appartiene al bambino permette di comprendere davvero ciò che chiede, racconta, dice...

Benvenuta tra gli esseri umani!

Capita poi di non capire e basta. È normale. È addirittura un segnale positivo. È la prova che siamo umani e non onnipotenti o onniscienti. Possiamo quindi ammettere davanti a nostro figlio di non comprenderlo e che lui ha sicuramente delle ottime ragioni per piangere. Perché il bambino, e a maggior ragione il neonato, è tutt'uno con ciò che gli accade. Lo si aiuta quindi molto dando un nome alle sue esperienze, dimostrandogli in questo modo la nostra partecipazione e riconoscendo che sta attraversando una prova. Dare un nome alle cose permette di umanizzare l'esperienza, aiuta a darle un senso e ad attivare le risorse necessarie che il bambino ha a disposizione per superarla. Il superamento di una prova consente al piccolo di crescere, permettendogli di vivere un'esperienza assai gratificante.

Geneviève Hervier

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01/02/2013
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