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Il gioco come strumento educativo: le virtù dell'educazione ludica

"Mio figlio non vuole andare a dormire, fa quello che vuole, non ascolta mai..." Di fronte a queste difficoltà diamo tantissime spiegazioni ai nostri figli, parliamo, imponiamo dei limiti e delle regole, ci avvaliamo insomma di una forma di comunicazione adulta. E se ci prendessimo meno sul serio? Alcuni specialisti dell'educazione tramite il gioco sostengono che sia possibile trarre enormi vantaggi dall'utilizzo di un approccio più ludico e adatto ai bambini. Abbiamo parlato con Isabelle Filliozat, psicoterapeuta di fama mondiale, tra le voci più autorevoli in fatto di educazione.

Educazione ludica
© Getty Images

Il gioco per ristabilire il legame affettivo

Non è semplice essere genitori! Per quanto pieni d'amore verso i nostri cari e adorati bambini e adolescenti, può capitare che non vada tutto per il verso giusto. Il più piccolo che scoppia in lacrime, la sorellina che non vuole andare a dormire, un pre-adolescente che non proferisce nemmeno più una parola… E si entra in crisi. Al limite della pazienza o per abitudine, alziamo la voce sentendoci impotenti. "Il gioco e l'umorismo possono aiutarci a ristabilire un legame affettivo solido e a eliminare la tensione relativa al nostro ruolo di educatori", sostiene il Dottor Lawrence Cohen, psicologo americano, specialista in terapia tramite il gioco. I nostri bambini spesso sono oppressi dalle troppe spiegazioni, eppure "noi amiamo la sfera verbale, una modalità di comunicazione prettamente adulta", si rammarica Isabelle Filliozat. Esercitare il proprio ruolo di genitore in un'atmosfera ludica permetterebbe di accedere al mondo dei bambini senza trattarli bruscamente, sviluppando al contempo la loro e la nostra fiducia.

Le virtù educative del gioco

Non abbiamo sempre tempo per giocare con i nostri figli e spesso non siamo nemmeno dell'umore adatto. "Riteniamo che giocare sia quasi una perdita di tempo, quando invece è un elemento essenziale per creare legami, giocando con delle forme, quando i bambini sono piccoli, calciando un pallone, o ancora giocando a un gioco di società", commenta la dott.ssa Filliozat. In realtà, per i bambini giocare è fondamentale. I bambini, infatti, manifestano fin dalla nascita una propensione al gioco che si sviluppa verso i 2-3 anni. Se per noi è uno svago, per loro questa attività rappresenta un modo per comunicare e imparare. 

  • "Il gioco permette di sviluppare le proprie competenze", precisa Isabelle Filliozat. Giocando con la palla, il bambino impara a coordinare i gesti e acquisisce dimestichezza con le nuove informazioni di cui potrà disporre. Giocando a bocce, per esempio, commenti come "Bravo! Ben fatto!" rafforzeranno la fiducia che il bambino ha in se stesso, rendendolo di conseguenza più sicuro dei suoi atteggiamenti. 
  • "Il gioco permette anche di gestire meglio le emozioni" aggiunge l'esperta. Di fronte a situazioni complesse, come un divorzio o problemi a livello scolastico, giocare con i propri figli alle bambole o con il trenino permetterà loro di rappresentare ciò che provano. In questo modo, esplorano la realtà tramite l'immaginazione e sperimentano situazioni che altrimenti sarebbero troppo gravose. Ripetendo più volte le stesse scene, i bambini lasciano emergere informazioni preziose sul proprio stato emotivo… E ciò rappresenta un enorme vantaggio per capire qual è il modo migliore per stare loro vicino.
  • "Infine, il gioco permette di soddisfare il nostro bisogno inesauribile di affetto", ricorda la psicologa. Giocare alla lotta con i propri figli permette di avvicinarsi, di rafforzare un legame un po' teso in seguito a un litigio e di esprimere il proprio affetto.

Cosa ci trattiene dal giocare?

Non è facile giocare, ammettiamolo. Oppressi dalla quantità di obblighi e imposizioni, giocare richiede uno sforzo da parte nostra e i bambini ovviamente lo percepiscono. Inoltre, "alcuni genitori fanno fatica a lasciarsi alle spalle il loro bisogno di prevalere e di avere la situazione in pugno", dichiara lo psicologo americano. Alcuni si innervosiscono facilmente perché non amano perdere, rovinando così lo spirito del gioco. Se da parte nostra non possiamo fare a meno di insegnare, che sia il movimento corretto a ping pong o la data di nascita di Alessandro Manzoni durante una partita di "Chi vuol essere milionario", tutto ciò che i nostri figli si aspettano da noi è giocare.

Otterremmo molti vantaggi mettendo da parte questo nostro atteggiamento saccente e abbandonandoci al gioco. "Perché non divertirsi più spesso canticchiando canzoni stupide, intavolando un torneo di biliardo o raccontando barzellette?", suggerisce il Dottor Lawrence Cohen. Giocare è semplice e divertente.

Educare giocando per superare le difficoltà

È timido

"Tramite il gioco puoi rafforzare la fiducia in se stesso di tuo figlio", afferma Isabelle Filliozat. La cosa più importante è che si senta forte, che abbia l'euforia di dire "sono capace". Uno degli obiettivi è individuare quali competenze gli mancano così che possa integrarsi meglio. Può trattarsi di suonare meglio uno strumento, diventare più forte nel gioco delle biglie o di prendere più spesso iniziative giocando a Monopoli… "Cosa fondamentale: lascia che sia lui a vincere", insiste l'esperta. Queste vittorie gli permetteranno di sviluppare nuove risorse, oltre a un sentimento di successo. 

È aggressivo

Il primo istinto spesso è quello di isolare un bambino aggressivo con frasi del tipo "potrai tornare qui quando sarai di buon umore". È la cosa peggiore da fare. Il tuo bambino ti sta chiedendo di aiutarlo e di instaurare con lui un legame. Il gioco è la soluzione ideale per fare ciò. "Il semplice fatto di esserci e di giocare con lui gli permetterà di confidarsi", assicura la psicoterapeuta. Se il bambino è aggressivo, ci deve essere per forza un motivo. Quando comunicare diventa difficile, scoprire i motivi della sua aggressività non è una cosa scontata. Crea piuttosto una situazione più favorevole; proponigli di andare a giocare a bowling, di fare una passeggiata sui roller... Spesso è proprio nei momenti più inaspettati che ti dirà: "Sono stufo di tutto e tu non mi ascolti mai", oppure "A scuola è veramente difficile!". È fatta: è l'inizio di un dialogo!

Catherine Maillard

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20/03/2014
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