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Comunicazione del bambino che non parla ancora

I bambini nascono con istinti vitali ben definiti: alcuni riguardano le funzioni fisiche (mangiare, dormire, bere, camminare ecc.), altri riguardano le funzioni intellettive (capire, imparare a parlare, ricordare, distinguere ecc.). Questi istinti sono dotati di una forza enorme proprio perché sono istinti vitali. Per renderci conto di cosa significa forza vitale, ricordiamo come certe piante riescono a crescere talvolta facendosi strada attraverso percorsi e passaggi contorti e complicati!

Comunicazione senza parole
© Jupiter

Esiste una differenza circa la finalità della comunicazione nell'adulto (voglio ricordarvi che il bambino non è un adulto in miniatura, ma un essere umano con caratteristiche proprie) e nel bambino. Per l'adulto comunicare significa soprattutto parlare (esprimersi), all'opposto per il bambino comunicare significa soprattutto mettersi in condizione di essere ascoltato e quindi capito. Il bambino ha il bisogno vitale di comunicare perché per crescere deve imparare e può imparare solamente attraverso la comunicazione.
Per comunicare usa un proprio linguaggio che non è sempre costituito da parole ma da atteggiamenti e da comportamenti che, conosciuti, esprimono ancora più delle parole le sue richieste, le sue esigenze, i suoi fabbisogni. Vi farò alcuni esempi pratici.
Il pianto è il primo modo di comunicare. Abbiamo visto che non esprime mai un malessere serio, ma un fabbisogno da soddisfare. Per esempio nei primi giorni di vita, piange per fare intendere che ha fame. Successivamente impara ad usare il pianto in senso manipolatorio. Piange per vedere se riesce ad attirare la vostra attenzione.
Poi fa altrettanto fingendo di tossire, fingendo di strozzarsi ecc.
Con i primi sorrisi non esprime la sua gioia e il suo gradimento per il volto della mamma o del papà (infatti sorride a tutti) ma la sua voglia di comunicare.
Con le "famose" coliche comunica una situazione di disagio psicologico.
Con la stitichezza comunica che il latte materno sta diminuendo.
Non mi dilungo su tutti gli atteggiamenti positivi che i genitori possono mettere in atto per entrare in comunicazione con il proprio bambino: attenzioni, moine, carezze, massaggi, tenerezze, baci (non troppi), tentativi di conversazione ecc.
Mentre desidero segnalarvi alcuni esempi di cattiva comunicazione.
Dare il succhiotto a un bambino che piange vuole dire non aver voglia di comunicare con lui. Significa volerlo tacitare temporaneamente e non occuparsi del problema che
in quel momento lo fa piangere.
Viziare in genere significa non avere voglia di comunicare.
È errato e ridicolo il linguaggio spesso usato dagli adulti per cercare di comunicare con i bambini. Usano parole storpiate, sforzandosi di ripetere esattamente quello che i bambini cercano di pronunciare pensando di riuscire a farsi capire.
In realtà raggiungono due risultati: di non insegnare niente al bambino e forse di far pensare al bambino che il mondo degli adulti non è un mondo particolarmente intelligente.
La comunicazione con il bambino non deve essere un'ulteriore prova di intellettualizzazione di un evento naturale, ma deve sgorgare spontaneamente dal cuore e dalla mente dei genitori con linguaggio e atteggiamenti normali che riescano a creare un meraviglioso, piacevole e rassicurante "lessico familiare".

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04/05/2010
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