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L'asilo nido: pro e contro

Un aspetto positivo è rappresentato dalla socializzazione precoce del bambino.

L'asilo nido: pro e contro
© Jupiter

L'inizio della vita scolastica obbligatoria è molto più traumatico per un bambino che non abbia vissuto precedenti esperienze comunitarie. Se tutti gli studiosi sono ormai convinti dell'importanza fondamentale della scuola materna (3-6 anni) nella strutturazione della personalità del bambino, rimane, invece, ancora qualche dubbio se la socializzazione precoce offerta dall'asilo nido sia veramente utile oppure no.
Certamente i bambini inseriti molto precocemente in comunità sono spesso più estroversi, spavaldi e comunicativi. Alcuni psicologi infantili ritengono invece che quella dell'asilo nido non sia una vera socializzazione, ma soltanto una vita comunitaria imposta dall'esterno e accettata, suo malgrado, dal bambino. Sostengono, ed è vero, che il bambino piccolo tende a giocare da solo, non apprezza ancora la presenza dei coetanei, mentre cerca spesso di farsi aiutare dall'adulto. Soltanto dopo il terzo-quarto anno comincia a partecipare al gioco di gruppo. Risulta difficile dire con certezza se la socializzazione precoce sia vantaggiosa o utile.

Ciò che invece purtroppo è innegabile è la presenza di alcuni aspetti negativi. Il momento della separazione tra mamma e bambino è più difficile, specie per i primi giorni. Entrambi vivono un piccolo dramma: il bambino piange e la mamma non riesce ad andare via ma si nasconde e poi, non resistendo, ricompare. Al termine della giornata, quando torna a casa, specie nei primi tempi, il bambino appare particolarmente possessivo nei suoi confronti, vuole essere preso in braccio diventa più capriccioso, piagnucoloso, spesso irritabile, aggressivo e prepotente. Può manifestare difficoltà ad addormentarsi la sera, vuol essere tenuto per mano, si sveglia spesso, ha qualche incubo notturno. Quasi tutti i bambini riescono a superare bene questo periodo di crisi, ma a condizione che la mamma riesca ad essere serena, a non sentirsi in colpa e sia pronta a dedicare al figlio più tempo la sera (quasi, un supplemento alle ore di assenza), trascurando un poco le faccende domestiche per stare un po" di più a giocare con lui e a coccolarlo.
Un altro aspetto da molti considerato negativo è la possibilità di frustrazioni che il bambino riceve da parte di compagni più grandi, più robusti o semplicemente più aggressivi di lui. Non lo considererei totalmente negativo, ma una scuola di vita.
Infatti, prima o poi ogni bambino si troverà a fronteggiare momenti negativi,
incontrerà persone amiche e comprensive e altre, invece, egoiste e di animo duro; dovrà imparare a destreggiarsi tra le une e le altre senza soccombere né aggredire.
L'asilo anticipa solo questo momento. Il bambino che viene tenuto a casa fino ai 3 anni lo affronterà alla scuola materna. Forse a quell'età sarà meno vulnerabile, ma le frustrazioni potrebbero essere maggiori, dato che la scuola materna è frequentata da bambini di differenti età. Un bimbo di 3 anni accanto a uno di 5 e mezzo potrà ricevere maggiori stimoli, ma può anche sentirsi indifeso e soccombere alla sua aggressività.
Del resto, nei casi in cui l'ingresso in comunità viene rinviato addirittura alla scuola elementare, il problema si pone in un'età in cui il bambino ne viene maggiormente traumatizzato, essendo ormai il suo carattere e la sua personalità meno duttili che nei primi anni di vita.
Il pediatra di buon senso a questo punto si potrebbe chiedersi: "Queste esperienze amare purtroppo inevitabili nella vita e che spesso rimangono impresse in modo indelebile nella memoria sono veramente utili per plasmare il carattere oppure no?".
Anche questa, come altre che riguardano la psiche del bambino, rimane una domanda aperta.
Altro aspetto negativo lamentato da alcuni genitori e da qualche "addetto ai lavori" è una certa monotonia della vita che si conduce al nido. Mi sembra un'accusa immeritata poiché, in realtà, in una struttura dotata di personale adeguatamente preparato e in numero sufficiente, le ore della giornata trascorrono in modo piacevole per i bimbi. Ad ambientamento avvenuto, i bambini giocano allegramente e spesso la sera, al momento di tornare a casa, indugiano per completare il gioco iniziato e non terminato.

A quale età inserire il bambino all'asilo

La questione di "quando inserirlo", cioè quando il bambino è da considerarsi pronto per iniziare questa nuova esperienza, è stata dibattuta a lungo. La maggior parte degli psicologi concorda che l'epoca più idonea sia rappresentata dal secondo semestre di vita. Essi affermano che il rapporto mamma-bambino si struttura gradualmente nell'arco del primo anno di vita e, più precisamente, fino all'età di 6-8 mesi il bambino sovrappone e confonde la propria persona con quella della mamma, e solo dopo quest'età incomincia, sia pure confusamente, a capire che la mamma è un'altra persona e non una parte integrante di sé. A questa età egli incomincia, sia pure in maniera rudimentale, a ricordare la mamma e a immaginarla con la fantasia, quando è assente, e diventa capace di attenderne il ritorno senza angoscia. È a questo punto che è sicuramente più pronto ad accettare la nuova esperienza e a viverla in modo positivo.
Purtroppo, tuttavia, non tutte le mamme possono riprendere tardivamente il lavoro; può accadere che ritornino alle attività lavorative quando il piccolo ha soltanto 3-4 mesi e quindi quando, secondo gli psicologi, non è ancora pronto al distacco dalla madre. A queste mamme dico di non alimentare ingiusti sensi di colpa: come quasi tutte le indicazioni degli psicologi anche queste sono teoriche e non dimostrabili con certezza. Posso invece dichiarare con certezza che, anche in questo caso, il bambino riuscirà a compiere normalmente i propri processi di maturazione mentale, a essere allegro, vivace, intelligente, se la mamma, come ho già detto, con serenità, riuscirà a compensare la sua assenza con un'affettuosa presenza nei momenti liberi della giornata.

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04/05/2010
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